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Mettersi in proprio

Dalla messa a fuoco dell'idea alla gestione finanziaria del primo anno. Le cose da sapere prima di partire.

Mettersi in proprio è una decisione che ha bisogno di metodo. In questa guida tratteremo la messa a fuoco dell'idea, la scelta del codice ATECO, NASPI e partita IVA, la gestione delle finanze, gli accantonamenti per tasse e contributi. Quello che serve per arrivare preparati al primo anno.

Mettere a fuoco l’idea

Prima del codice ATECO, prima del regime fiscale, prima di qualsiasi adempimento, c’è una domanda più semplice e più scomoda: che cosa vendi, a chi, e con quale organizzazione. Sembra ovvia, e quasi mai lo è davvero. Gran parte delle attività che si fermano nei primi due anni non si fermano per un errore fiscale: si fermano perché quella risposta non era a fuoco in partenza.

Quale prodotto o servizio. Non la categoria generica — “consulenza”, “artigianato”, “vendita online” — ma la cosa precisa per cui qualcuno tira fuori i soldi, e il problema che risolve. È la definizione che poi determina il codice ATECO, la gestione previdenziale e il coefficiente di redditività: partire vago qui significa scegliere male più avanti.

Quale mercato. Chi sono i clienti, quanti sono, dove si trovano e quanto sono disposti a spendere. Cambia tutto sapere se ci si rivolge a privati o ad aziende: cambia il prezzo, il modo di farsi trovare, i tempi di incasso e perfino la convenienza del regime fiscale.

Con quali modalità operative. Da solo o con collaboratori, da casa o con una sede, con quali fornitori, con quale capitale iniziale e in quanto tempo si prevede di arrivare al primo incasso. È la parte che traduce l’idea in numeri: quanto costa stare aperti ogni mese, e quanto bisogna fatturare perché abbia senso.

Questa è la fase in cui un confronto con noi è più utile, e non per ragioni fiscali. Serve a mettere alla prova le ipotesi prima che diventino costi: verificare che i conti stiano in piedi, dimensionare l’investimento iniziale, capire quale forma giuridica e quale regime servono davvero a quel progetto — e non il contrario, cioè adattare il progetto a una scelta fatta troppo presto. Le decisioni che seguono in questa guida diventano molto più semplici quando questa parte è chiara.

La scelta del codice ATECO

Il codice ATECO è un codice numerico fino a sei cifre che classifica le attività economiche secondo lo standard europeo NACE. Sembra un dettaglio burocratico ma ha un impatto diretto su quattro aspetti concreti.

AmbitoImpatto
Coefficiente di redditività (forfettario)Determina quanta parte del fatturato viene tassata
Gestione previdenzialeDecide se versi contributi a Gestione Separata, Artigiani/Commercianti o cassa privata
Categoria di rischio INAILPer artigiani e commercianti con dipendenti, determina il premio assicurativo
Bandi e finanziamentiMolti bandi pubblici richiedono codici specifici

I coefficienti associati a ciascun codice e la differenza di costo fra Gestione Separata e gestione artigiani/commercianti sono tabellati nella guida sul regime forfettario: è lì che si vede quanto pesa davvero la scelta.

I nuovi codici ATECO 2025

Dal 1° aprile 2025 è operativa la nuova classificazione ATECO 2025, che sostituisce la versione 2022 e si allinea allo standard europeo NACE Rev. 2.1. La riclassificazione nel Registro delle Imprese è avvenuta d’ufficio: la Camera di Commercio ha assegnato automaticamente il nuovo codice. Per un periodo transitorio, la visura camerale riporta sia il vecchio sia il nuovo.

Cosa fare: verifica il tuo codice nel cassetto fiscale (Anagrafe Tributaria) e nella visura camerale tramite l’app Impresa Italia. Se il codice automatico non è corretto, puoi rettificarlo gratuitamente su rettificaateco.registroimprese.it.

Per una prima verifica autonoma puoi usare anche il tool gratuito codiceateco.org. Per una valutazione definitiva, soprattutto quando l’attività non rientra in modo netto in una categoria standard, ha senso confrontarsi con il commercialista: lo scarto fra due codici apparentemente simili può tradursi in differenze fiscali significative nell’arco di pochi anni.

Errori comuni da evitare

  1. Codice generico “residuale” quando ne esiste uno specifico. Il rischio è duplice: esclusione da bandi e richiesta di variazione dall’Agenzia delle Entrate.
  2. Codice scelto solo per il coefficiente di redditività più basso. L’Agenzia delle Entrate può accertare l’incongruenza e rideterminare il reddito.
  3. Mancato aggiornamento quando l’attività evolve. Se nel tempo cambia la natura dell’attività — dal web design alla consulenza strategica, per fare un esempio — la variazione va comunicata.
  4. Confondere servizi e commercio. Servizi significa prestazioni intellettuali e gestione contributi separata. Commercio significa acquisto e rivendita di beni e gestione commercianti. Chi vende online ha un capitolo a parte: e-commerce e fisco.

Lasciare il lavoro dipendente: cosa sapere

Dimissioni volontarie

Vanno presentate esclusivamente in via telematica sul portale serviziolavoro.gov.it con SPID o CIE. Email, PEC e lettere non sono valide. Il preavviso è quello indicato dal CCNL applicato.

Una nota importante: le dimissioni volontarie non danno diritto alla NASPI, salvo casi di dimissioni per giusta causa — mancato pagamento dello stipendio, mobbing documentato, modifica unilaterale delle condizioni di lavoro.

Lavoro part-time più partita IVA

È una combinazione possibile. Tre cose da verificare prima di partire:

  • Clausole contrattuali. Molti contratti dipendenti contengono clausole di esclusiva o di non concorrenza.
  • Compatibilità oraria. L’attività autonoma non deve interferire con l’orario di lavoro dipendente.
  • Accesso al forfettario. Il regime è accessibile se il reddito da lavoro dipendente dell’anno precedente non supera 35.000 € (limite per 2025–2026).

Cambia anche la dichiarazione: chi ha una partita IVA attiva con redditi d’impresa o di lavoro autonomo non può più usare il Modello 730 e passa al modello Redditi PF, anche se l’attività è minima.

NASPI e partita IVA: due strade

NASPI mensile con partita IVA aperta

Puoi aprire la partita IVA e continuare a percepire la NASPI a condizione che il reddito annuo da lavoro autonomo non superi 5.500 €. Va comunicato il reddito previsto all’INPS con modello NASPI-COM entro trenta giorni. La NASPI viene ridotta dell’80% del reddito dichiarato.

Se superi i 5.500 € la NASPI decade definitivamente. La comunicazione va rinnovata ogni anno entro il 31 gennaio.

NASPI anticipata in unica soluzione (novità 2026)

La Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025, comma 176) ha modificato l’erogazione della NASPI anticipata, spostandola su due rate:

  • Prima rata (70%): erogata subito dopo l’accoglimento della domanda.
  • Seconda rata (30%): erogata al termine della durata teorica della NASPI, entro sei mesi dalla domanda.

La seconda rata è subordinata alla verifica che il beneficiario non abbia trovato un lavoro subordinato nel frattempo. Se durante il periodo coperto trovi un lavoro dipendente, sei tenuto a restituire l’intero importo anticipato.

Quale conviene

NASPI mensileNASPI anticipata
Limite reddito da P.IVAMax 5.500 €/annoNessun limite
Se trovi un lavoro dipendenteSi sospende o decadeVa restituita per intero
Contributi figurativiMaturatiPersi
Quando ha sensoAttività incerta, redditi iniziali bassiProgetto solido, serve capitale di avvio

La scelta non è meccanica: dipende dalla solidità del progetto, dalla durata residua della NASPI e dalla disponibilità di capitale per coprire i primi mesi. Vale la pena farla a tavolino prima di firmare la domanda.

Impresa o professione: due strade diverse

Prima ancora del regime fiscale, c’è una distinzione che determina metà degli adempimenti: stai aprendo un’impresa o eserciti una libera professione? Non lo decidi tu, lo decide l’attività.

Impresa (ditta individuale)Libera professione
Registro ImpreseIscrizione obbligatoriaNon prevista
Camera di CommercioDiritto annuale dovutoNon dovuto
INAILObbligatoria se ci sono rischi tutelatiDi norma non dovuta
PrevidenzaGestione IVS artigiani o commerciantiGestione Separata o cassa di categoria
AvvioComUnica: pratica unica verso Registro Imprese, Agenzia, INPS, INAILSolo dichiarazione di inizio attività all’Agenzia delle Entrate
AutorizzazioniSpesso SCIA al Comune o requisiti professionali specificiEventuale iscrizione all’albo

La differenza pratica pesa: una ditta individuale ha costi ricorrenti che un professionista non ha, e un professionista con obbligo di albo ha vincoli — assicurazione di responsabilità civile, formazione continua, tariffe — che un’impresa non conosce.

Se invece stai valutando una società di capitali già in partenza, il confronto su costi di costituzione, fiscalità e adempimenti è in Costituire una SRL.

I passaggi concreti di apertura

Per il professionista basta la dichiarazione di inizio attività all’Agenzia delle Entrate, che assegna la partita IVA in giornata, più l’iscrizione previdenziale.

Per l’impresa il percorso passa da ComUnica, la comunicazione unica che in un colpo solo apre la partita IVA, iscrive al Registro Imprese, apre la posizione INPS e quella INAIL. Serve firma digitale e PEC. Per molte attività — somministrazione, alimentari, estetica, autoriparazione, commercio su area pubblica — occorre inoltre una SCIA al Comune e il possesso di requisiti professionali specifici, che vanno verificati prima di partire: scoprirli dopo significa avere una partita IVA aperta e non poter operare.

Cosa serve avere pronto

  • PEC e firma digitale — obbligatorie per l’impresa, di fatto necessarie anche al professionista
  • Software di fatturazione elettronica, perché la fattura cartacea non esiste più
  • Conto corrente dedicato — non obbligatorio, ma vedi sotto
  • Assicurazione di responsabilità civile professionale, obbligatoria per gli iscritti agli albi e comunque ragionevole per chiunque

Separare le finanze personali da quelle professionali

Anche per i forfettari non c’è nessun obbligo di legge di tenere un conto dedicato all’attività: è una questione di comodità, non un adempimento. E su questo le abitudini sono legittimamente diverse — c’è chi tiene tutto su un conto solo e ha i conti perfettamente in ordine, e c’è chi senza una separazione perde di vista l’andamento dell’attività nel giro di pochi mesi.

Lo citiamo comunque perché il rischio, quando i flussi si mescolano, è concreto: diventa difficile leggere la salute finanziaria dell’attività, capire se un mese è andato bene davvero, e ricostruire i movimenti quando serve. Se preferisci il conto unico va benissimo, a patto di compensare da un’altra parte: un foglio di calcolo tenuto con regolarità, un gestionale, o quantomeno una regola fissa di accantonamento rispettata a ogni incasso.

Se invece scegli di separare, non serve un conto business costoso: basta un secondo conto corrente intestato a te come persona fisica.

Il flusso che consigliamo a chi separa

  1. Incassi sul conto dedicato all’attività.
  2. Accantonamento tasse — a ogni incasso, la percentuale per tasse e contributi viene trasferita subito su un sotto-conto “fondo tasse”.
  3. Spese professionali pagate dal conto dedicato, solo per voci legate all’attività.
  4. Compenso personale trasferito periodicamente al conto personale — il proprio “stipendio”.

L’idea è semplice ma cambia tutto: quando arriva il momento di pagare le tasse, i soldi ci sono già.

Quanto accantonare per tasse e contributi

ProfiloImpostaContributiAccantonamento indicativo
Forfettario 5% + Gestione Separata5%26,07% sul reddito25–30%
Forfettario 15% + Gestione Separata15%26,07% sul reddito30–35%
Forfettario 5% + Artigiani/Commercianti (rid. 35%)5%Fissi ridotti + variabili20–25%
Forfettario 15% + Artigiani/Commercianti (no rid.)15%Fissi + variabili35–40%
Ordinario semplificatoIRPEF a scaglioniVariabile40–50%

Queste percentuali sono indicative. La quota effettiva da mettere da parte dipende dal codice ATECO, dalla gestione previdenziale, dall’eventuale riduzione contributiva e da agevolazioni di start-up. Vale la pena verificarle sul proprio caso, soprattutto nel primo anno.

Perché il secondo anno è il vero scoglio

Il primo anno paghi solo il saldo, a giugno dell’anno successivo: non ci sono acconti, perché non c’è un’imposta dell’anno prima su cui calcolarli. È un anno che inganna, perché fa sembrare il carico fiscale più leggero di quanto sia.

Dal secondo anno, sempre a giugno, versi il saldo dell’anno precedente più il primo acconto dell’anno in corso — un acconto calcolato sull’imposta dell’anno appena chiuso. Se il secondo anno è andato meglio del primo, ti trovi a versare in un colpo solo un saldo alto e un acconto commisurato a quel saldo.

⚠️ È il momento in cui salta la maggior parte di chi si mette in proprio senza accantonare. Non perché guadagni poco, ma perché a giugno del secondo anno arriva una richiesta che vale una volta e mezza quella dell’anno prima, e i soldi sono già stati spesi.

Esiste la possibilità di ridurre l’acconto con il metodo previsionale, se si prevede fondatamente un’imposta più bassa. Va usata con prudenza: se la previsione si rivela sbagliata, si pagano sanzioni per insufficiente versamento.

La regola pratica è una sola: a ogni incasso, la percentuale di accantonamento viene trasferita immediatamente. Aspettare la scadenza significa, quasi sempre, trovarsi corti. Il meccanismo di saldo e acconti, con l’esempio numerico su tre anni, è sviluppato per esteso nella guida sul regime forfettario.

Strumenti utili nella quotidianità

Alcuni strumenti che possono semplificare la gestione del primo anno:

  • calcoloforfettario.it — calcolatore gratuito per stimare imposte e contributi (uno dei nostri progetti).
  • codiceateco.org — tool per identificare il codice ATECO corretto per la propria attività.
  • fatturah.it — fattura elettronica semplice per chi è alla prima esperienza.
  • invoicebuddy.it — tracciamento delle attività e generazione fatture per chi lavora a ore o a progetto.

Come ti accompagniamo

Mettersi in proprio è una decisione che ha conseguenze su molti piani — fiscale, contributivo, finanziario, personale. In studio le affrontiamo insieme, di solito in questo ordine:

  • Verifica del codice ATECO corretto per l’attività reale che andrai a svolgere.
  • Confronto fra regimi — forfettario, ordinario semplificato, eventualmente SRL — sui numeri concreti del progetto.
  • Apertura della partita IVA completa di iscrizioni a INPS, INAIL e Camera di Commercio quando servono.
  • Setup del flusso finanziario: conto dedicato, fondo tasse, budget annuale.
  • Pianificazione del primo anno, in modo da arrivare preparati al “giugno pesante” del secondo.

La prima conversazione è gratuita e dura un’ora. È sufficiente per capire se è il momento giusto, cosa è già a posto e cosa va impostato.

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Domande frequenti

Quanto si paga di tasse con la partita IVA forfettaria? +

Imposta sostitutiva al 5% per i primi 5 anni delle nuove attività, poi 15%. A questa si aggiungono i contributi previdenziali (Gestione Separata 26,07% o Artigiani/Commercianti con minimo fisso 4.521-4.611 euro/anno).

Posso aprire partita IVA mantenendo la NASPI? +

Sì, purché il reddito annuo da lavoro autonomo non superi 5.500 euro. Devi comunicare il reddito previsto all'INPS con NASPI-COM entro 30 giorni. La NASPI viene ridotta dell'80% del reddito dichiarato.

Cos'è la NASPI anticipata e come funziona dal 2026? +

Permette di ricevere in anticipo le mensilità residue per finanziare un'attività autonoma. Dal 2026, l'erogazione è in due rate: 70% subito, 30% al termine della durata teorica entro 6 mesi. Se trovi un lavoro dipendente, devi restituire l'intero importo.

Devo separare conto personale e professionale? +

Per i forfettari non c'è obbligo legale, ma è una delle scelte più intelligenti. Mescolare entrate e uscite rende impossibile vedere la salute finanziaria della tua attività. Basta un secondo conto corrente personale, dedicato.

Quanto devo accantonare ogni mese per le tasse? +

Tra il 25% e il 50% di ogni incasso. Per un forfettario in Gestione Separata al 15% il 30-35% è prudente. Per artigiano/commerciante senza riduzione, 35-40%. Trasferisci l'importo subito su un sotto-conto 'fondo tasse' a ogni incasso, non aspettare la scadenza fiscale.

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Aggiornato a maggio 2026. Documento informativo, non sostituisce la consulenza professionale sul caso specifico.